domenica, novembre 02, 2008

La musica che sarà...

- No, - stava ancora dicendo Polpetta. - No, temo di no. Questa non è una casa di malaffare. Mi spiace, veramente.
Fettone era irremovibile. - Ma il capo ha detto... - continuava a ripetere. Il marinaio offrì liquore in cambio di un bel fiammifero. Polpetta si guardò disperatamente attorno, come in cerca di aiuto. Al centro della stanza, il quartetto del Duke di Angelis stava vivendo un momento storico. Vincent era seduto, e gli altri erano in piedi: eseguivano le esatte movenze di un gruppo impegnato in una session: solo, senza strumenti.
- Insomma, - fece Polpetta.
Duke mosse la testa un po' di volte, sorrise appena, accese una sigaretta e alla fine si avvide della presenza di Polpetta. - Calma, tu, - sussurrò. Vincent cominciò a mulinare le braccia coi pugni chiusi; d'un tratto si fermò, quindi ripetè la mossa. La storia continuò per qualche minuto mentre Polpetta sorbiva contrariato il suo bicchiere. I marinai si erano eclissati in cucina. Infine, come a un invisibile segnale, il gruppo smise di battere i piedi e Duke sogghignò, e disse: - Almeno abbiamo finito insieme.
Polpetta lo guardò male. - Insomma, - disse.
- Amico, io ho questo concetto nuovo, - osservò Duke. - Ti ricordi il tuo omonimo? Ricordi Gerry?
- No, - rispose Polpetta. - Mi ricorderò April, se può servire. I'll remember April.
- A dire il vero, - disse Duke, - era Love for Sale. Il che dimostra che non ne sai molto. La verità è che erano Mulligan, Chet Baker e quella loro banda dei vecchi tempi, di una volta. Afferri?
- Sax baritono, - rispose Polpetta. - Qualcosa a proposito di un sax baritono.
- Ma niente piano, bello. Chitarra, niente. E neanche fisarmonica. Sai cosa vuol dire questo.
- Non proprio, - rispose Polpetta.
- Be', anzitutto lasciami dire che io non sono né Mingus né John Lewis. La teoria non è mai stata il mio forte. Intendo che per me, leggere quelle cose lì è sempre stato un patema...
- Lo so, - rispose brusco Polpetta. - Ti hanno perfino tolto la tessera del Kiwanis Club perché a un picnic sociale hai massacrato il Tanti Auguri.
- Era il Rotary. Però... in un lampo di genio mi è venuto in mente che se in quel primo quartetto di Mulligan non c'era il piano, poteva significare solo una cosa.
- Niente accordi, - disse Paco, il contrabbassista con la faccia da bambino.
- Quello che sta cercando di dire, - osservò Duke, - è: niente accordi fondamentali. Niente da ascoltare mentre suoni una frase orizzontale. In questa situazione uno deve "pensarli" quegli accordi.
Un'inorridita consapevolezza stava facendosi strada in Polpetta. - E' l'estensione logica successiva, - disse.
-Tutto si deve pensare, - dichiarò Duke con semplice dignità. - Base, linea, tutto quanto.
Polpetta guardò Duke con ammirazione. - Ma... - disse.
- Be', - disse Duke, modesto. - C'è ancora qualche cosina da sistemare.
- Ma... - disse ancora Polpetta.
- Tu, ascolta, - disse Duke. - E capirai.
E tornarono in orbita, probabilmente in qualche punto della fascia asteroidale. Dopo un po', Krinkles portò le labbra all'imboccatura e cominciò a muovere le dita, e Duke si batté la mano sulla fronte. - Uhi! - tuonò. - L'attacco nuovo che stiamo usando, ricordi?... Quello che ho scritto ieri sera?
- Certo, - rispose Krinkles, - il nuovo. Io entro sul raccordo. In tutti i tuoi attacchi, io entro lì.
- Bene, - disse Duke. - Allora perché...
- Che? - disse Krinkles - Sedici battute; aspetto; entro...
- Sedici? - disse Duke. - No. No, Krinkles. Otto, hai aspettato. Vuoi che te la canti? Una sigaretta con tracce di rossetto, voglio volare in un posto romantico, datemi qua il biglietto.
Krinkles si grattò la zucca. - These Foolish Things, vuoi dire.
- Giusto, - rispose Duke. - Giusto, Krinkles. Bravo.
- Non I'll Remember April, - disse Krinkles.
- Minghe Morte, - disse Duke.
- Mi sembrava che la stessimo facendo un po' lenta, - disse Krinkles.
Polpetta ridacchiò. - Torniamo all'abicì, - disse.
- No, amico, - disse Duke, - torniamo al vuoto senza aria.
E ripartirono: ma sembrava che Paco stesse suonando in sol diesis metre gli altri erano in mi bemolle, quindi dovettero cominciare da capo.

Thomas Pynchon, Entropia
(ora in Un lento apprendistato),1959.


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