mercoledì, luglio 22, 2009

Il freddo destino dei grandi...

Era duro, l'inverno del 1933. Quella sera, arrancando verso casa attraverso fiamme di gelo, con le dita dei piedi che mi bruciavano, le orecchie che mi andavano a fuoco, e la neve che mi turbinava intorno come un nugolo di suore furibonde, mi fermai di colpo. Era giunto il momento di tirare le somme. Con la pioggia o col sereno c'erano delle forze nel mondo che cercavano di distruggermi.
Dominic Molise, mi dissi, aspetta un attimo. Sta andando tutto secondo i tuoi piani? Esamina attentamente la tua condizione, considera obiettivamente il tuo stato. Che succede, Dom?

Vivevo a Roper, Colorado, e invecchiavo di momento in momento. Avrei compiuto diciotto anni di lì a sei mesi, e avrei preso la maturità. Ero alto un metro e sessantadue, e negli ultimi tre anni non ero certo cresciuto di un solo centimetro. Avevo le gambe arcuate, i piedi a papera, e le orecchie a sventola come quelle di Pinocchio. I miei denti erano storti e la faccia lentigginosa come un uovo di uccello.
Ero figlio di un muratore disoccupato da cinque mesi. Non avendo un cappotto, mi mettevo tre golf, e mia madre aveva già cominciato una serie di novene per il vestito di cui avrei avuto bisogno a giugno per l'esame.

Signore, dissi, perché in quei giorni ero un credente che parlava con franchezza con il suo Dio: Signore, che sta succedendo? È questo quello che vuoi? È per questo che mi hai messo sulla terra? Non ho chiesto io di nascere. Non c'entravo per niente, salvo che ora sono qui e ti sto facendo domande oneste, ti chiedo i motivi, per cui dimmi, mandami un segno: è questo il premio per cercare di essere un buon cristiano, per dodici anni di catechismo e quattro di latino? Ho mai messo in dubbio la Transustanziazione, la Trinità, o la Resurrezione? Quante messe ho perso la domenica e le feste comandate? Le puoi contare sulle dita, Signore.
Stai giocando con me? Ti sono sfuggite le cose di mano? Hai perso il controllo? Lucifero ha riguadagnato potere? Sii onesto con me, perché sono sempre preoccupato. Dammi un segno. Vale la pena di vivere? Le cose si aggiusteranno o no?

Vivevamo a Arapahoe Street, ai piedi della prima collina che poi cresceva a formare il lato est delle Montagne Rocciose. Si elevavano come grattacieli frastagliati, e fissavano la nostra città, una foschia azzurra e verde durante l'estate, bianca come lo zucchero in inverno, con guglie avvolte dalle nuvole. Ogni inverno c'era qualcuno che si perdeva lassù, rimanendo intrappolato in un burrone o seppellito da una slavina. In primavera la neve disciolta trasformava Roper Creek in un fiume selvaggio che portava via steccati e ponti, e che allagava le strade, ammassando fango su Pearl Street e inondando la cantina del tribunale. Un paese freddo, dal brutto carattere, il cui terreno era una lastra di ghiaccio per tutto aprile, con la neve la domenica di Pasqua, e a volte un'improvvisa tormenta a maggio: un paese pessimo per un giocatore di baseball, specialmente per un lanciatore che non toccava palla da ottobre. Ma il Braccio mi dava la forza di andare avanti, il mio dolce braccio sinistro, quello più vicino al cuore. La neve non poteva fargli male e il vento non poteva ferirlo perché lo tenevo ricoperto di Balsamo Sloan, una bottiglietta che avevo sempre in tasca. Ero intriso di quel fetore, a volte venivo mandato fuori dalla classe per andarmi a lavar via quell'acuto odore di pino, ma io uscivo a testa alta, senza vergogna, ben conscio del mio destino, corazzato contro i sogghigni dei ragazzi e i nasi tappati delle ragazze.
Avevo un'andatura grandiosa in quei giorni, il portamento di un pistolero, la scioltezza del mancino classico, con la spalla sinistra leggermente calata, il Braccio mollemente dondolante, come un serpente - il mio braccio, il mio benedetto, santo braccio che mi era stato dato da Dio, e se anche il Signore mi aveva creato figlio di un povero muratore, mi aveva però fatto un gran regalo quando aveva fissato sui cardini della clavicola quella centrifuga.
Che nevicasse, allora! E che l'inverno fosse lungo e freddo, e la primavera restasse un sogno, perché quella dopotutto non era la fine di Dominic Molise, ma solo il suo inizio, e il sole estivo l'avrebbe trovato mentre faceva un lavoro divino con il suo sapiente braccio sinistro.
Arapahoe Street spazzata dalla neve era un posto preciso, un punto di riferimento dove una volta aveva camminato in notti di disperazione, il suo luogo di nascita, questo sarebbe dovuto essere iscritto nella Hall of Fame. Una targa, se non vi dispiace, una targa di bronzo murata su un monumento all'angolo fra la Nona e Arapahoe Street: Quartiere d'Infanzia di Dominic Molise, il Mancino più Grande del Mondo.

John Fante, Un anno terribile, 1985.


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